in Segnalazioni

È il 2071 e abbiamo geo-ingegnerizzato la nostra stessa estinzione

Jeff VanderMeer — autore della Trilogia di Southern Reach, una delle saghe di fantascienza più ok degli ultimi anni — ha scritto un “editoriale dal futuro” per il The New York Times in cui gli esseri umani sono sopravvissuti al cambiamento climatico ma sono ora succubi delle operazioni di bio-ingegneria a cui hanno sottoposto loro stessi e il pianeta che abitano per permettergli di non collassare.

La fantascienza, sopratutto oggi, deve avere non soltanto un valore letterario ma deve sopratutto innescare un potenziale culturale e politico proiettato davanti a noi perché è anche da questo potenziale che emergono gli immaginari che contribuiscono a costruire ripetutamente il futuro.

L’op-ed di VanderMeer in questo senso è allo stesso tempo ingenuo e d’avanguardia (come d’altronde la maggior parte delle sue opere): da un lato scivola in esotismi un po’ facili e che ormai dovrebbero essere anacronistici — “we finally took indigenous knowledge systems seriously and…“.

Dall’altro, però, riesce a ri-collocare nelle narrazioni del futuro i principi della “contaminazione” come forme di entropia necessaria e non esattamente controllabili — un antagonismo diretto agli scorci di futuro inquadrati in orizzonti tecnologici, politici e culturali a chiusura ermetica.

Insomma, come solito di VanderMeer riesce a essere evocativo in maniera particolarmente interessante e secondo me questo esercizio di stile vale una letta.

“Despite these personal experiences, I am supposed to reassure you now. I am supposed to tell you of remedies. But I don’t believe we can avoid contamination any more than we can avoid the calls of long-dead animals that burst forth from the air, our last gift of propaganda from fossil fuel companies. We ignore these sounds much as we once ignored roadkill, but ignoring something doesn’t put a stop to it.

How ironic, then, if we did not actually outrun the climate crisis, but became It and were subsumed by It and now we do not know what we are, because we have been made so different. The unexamined life was once a source of joy, but now un-joys us in the remaking —because our methods were suspect and extreme.

If you read this, inspect yourself. Find your contamination and greet it warmly. Attempt to make friends with it, and perhaps it will not destroy us.

For we are all arks of some kind now.”

da The New York Times

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