Contro il culto ecologico-catastrofista di ‘Deep Adaptation’

Commento a ‘The Darkest Timeline’, editoriale apparso sul The New York Times.

Consiglio la lettura di questa breve storia di Deep Adaptation, un articolo scientifico sulla crisi climatica dai toni catastrofisti che ha romanzato il collasso globale della società per poi essere smentito dal punto di vista dei numeri.

Nel tempo, la narrazione di Deep Adaptation è diventata un culto apocalittico che ci assolveva da tutte le nostre responsabilità descrivendo un futuro privo di speranza, in cui era già troppo tardi per intervenire su qualsiasi terribile conseguenza della crisi climatica.

Per molti, il fatto che i conti non tornino non è importante: ciò che conta è insistere sull’importanza politica della crisi climatica, il problema più urgente della storia dell’umanità.

Probabilmente siamo già spacciati, ma la via non può essere il catastrofismo: invece, i colpevoli di questa crisi globale – dalle precise stirpi, nomi e cognomi – devono pagare fino all’ultima notte insonne il conto con le loro coscienze, e riparare ogni danno fatto – è da questo scenario che, ci piaccia o meno, non c’è alternativa: non esiste e non può esistere un futuro che lascia queste responsabilità in sospeso.

Cito una pezza ricamata che ho trovato su Instagram qualche giorno fa, “I refuse to die until things are better and that is a THREAT.”

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