Ciao, sono Federico

Piacere, questo è il mio sito — ci sono delle informazioni su di me e poi un blog.

Io sono Federico Nejrotti, sono uno scrittore e attivista. Sono molto interessato a tutto ciò che riguarda l’internet governance e al momento vivo a Milano.

Lavoro per l’agenzia per la trasformazione culturale cheFare, dove seguo la comunicazione pubblica ed istituzionale. Fino al 2018, sono stato editor-in-chief dell’edizione italiana di Motherboard.

Oggi, da freelance scrivo per magazine online e a volte faccio documentari. Mi piace parlare in pubblico durante conferenze e panel, quasi sempre di Mark Zuckerberg. Faccio Stella Kamikaze, un podcast settimanale in cui leggo racconti di fantascienza.

📋Qui c’è una lista dei miei articoli che ritengo carini.

📹Qui c’è una lista delle produzioni video a cui ho contribuito.

🎙️Qui c’è una lista degli appuntamenti a cui ho partecipato come speaker.

📬 Se vuoi parlarmi di quello che stai facendo o chiedermi di collaborare con te, scrivimi a federiconejrotti@gmail.com — se c’entra cheFare, scrivimi a federico.nejrotti@che-fare.com.

Il segreto di Posto Segreto

Posto Segreto è un casolare in cima ad una collinetta a 40 chilometri da Palermo, in Sicilia. Prima di arrivarci, quello che non è segreto di questo luogo sono i tramonti da cartolina, il mare in lontananza, le tende svolazzanti nella veranda del casolare, il nome della città che virtualmente lo ospita: Alcamo.

Quello che, invece, è un segreto finché arrivi è il grande albero che riposa di fronte all’ingresso del casolare e la cui ombra ti salva la vita ogni giorno, le amache che penzolano da esso, le tempeste di polvere che si alzano ogni volta che soffia vento, il gallo schizofrenico che si nasconde tra le foglie e punisce la tua presenza cagando sul tavolo da pranzo.

Sono segreti i turni, volontari e perpetui, per preparare caffè a tutte le ore del giorno, l’odi et amo che provi per il suono tartassante dei tamburi che tuona casualmente di punto in bianco, a qualunque ora del giorno e della notte. È segreto il suono delle risate che fanno le residenti e i residenti di Posto Segreto, che fino all’arrivo altro non sono che una galleria infinita di scatti ben fatti e pubblicati su Instagram.

È segreta la ruota della fortuna delle intolleranze alimentari di ogni residente, perché quando si cucina per tutti bisogna conoscerle. È segreta tutta la nudità a cui prenderai parte, perché da Posto Segreto puoi muoverti soltanto in macchina o quando le giornate sono nuvolose e presto o tardi tutte e tutti siamo tristi, frustrati, arrabbiati o semplicemente stanchi.

È segreto il sogno che Posto Segreto ti vende, in una sorta di mercato psichico: quello di una quotidianità dove l’orologio è più vicino al sole che sale e scende che al polso, perché il caldo stanca e logora e la polvere impantana ogni articolazione e ogni palpebra, quello di un altro modo per fare ciò che si vuole, dimenticandosi per un attimo che per poterlo fare qualcuno deve cucinare il pranzo, lavare i piatti, spazzare per terra, tenere sotto controllo il pozzo dell’acqua, comprare, barattare o recuperare qualunque oggetto o bene che si trova all’interno di Posto Segreto.

È segreto il paradosso temporale, quasi uscito da un manuale di fisica, per cui gli attimi perdono i minuti ma serve essere assolutamente urgenti per evitare che Posto Segreto si sveli, crollando su se stesso. Sono segreti, spesso, le ragioni per cui i residenti ci arrivano a Posto Segreto: a tal punto che serve interrogarli a riguardo. È segreta la portata del potere (inteso come verbo) di ogni residente, a cui basta essere costretta e costretto ad avere un po’ di tempo in più rispetto al normale per far emergere dal paesaggio attorno a Posto Segreto tutto ciò che serve loro per creare, qualunque sia la creazione.

È segreta la vera natura di Posto Segreto, appollaiato sulla cima del crinale delle possibilità e affacciato, sempre, di fronte ad una valle di dubbio che pervade ogni persona presente e ogni azione che viene svolta.

Forse è questo il segreto più profondo che Posto Segreto custodisce: quello per cui Posto Segreto dubita in ogni momento di se stesso e concede lo stesso lusso a tutto ciò che ospita, disintermediando il lavoro riproduttivo e consegnandolo direttamente alle e ai residenti, non sapendo mai cosa realmente succederà durante la giornata ma riuscendo, infine sempre, a farlo succedere. Grazie

Cos’è Stella Kamikaze, il mio podcast in cui leggo racconti di fantascienza

Vuoto il sacco: sono incalcolabili gli autori di fiction e saggistica che sono considerati imprescindibili e di cui io non ho mai letto nulla. Sono pigrissimo ed un pessimo lettore di cose lunghe, quindi di tanto in tanto devo trovare degli stratagemmi per costringermi a fare queste letture.

L’ultimo di questi trucchetti è Stella Kamikaze, il mio podcast settimanale per Radiovirus — la web radio di Macao (che sto aiutando a costruire, ma ne parliamo poi). In sintesi, tutti i venerdì alle 23.00 va in onda un podcast pre-registrato in cui leggo ad alta voce 1 o 2 racconti brevi di fantascienza e poi ci monto sotto della musica a basso volume.

Sono un lettore-ad-alta-voce completamente amatoriale, quindi queste letture sono spesso imprecise e zoppicanti. Le registrazioni di solito vengono effettuate un paio d’ore prima della messa in onda, quindi la post-produzione è traballante e legnosa. Ciò nonostante mi piace molto fare Stella Kamikaze perché lo trovo un podcast felicemente ingenuo.

Grazie a tutte queste prime letture che sto facendo (di solito leggo una volta il racconto prima di registrarne la lettura) sto scoprendo un sacco di cose ovvie, come per esempio la straordinaria capacità narrativa di Ray Bradbury o la potentissima densità degli scritti di Ursula K. Le Guin.

Il nome del podcast è una citazione a Quando Bruci, una poesia di Alberto Dubito. Aggiungerò qui sotto, di volta in volta, i link a tutte le puntate. Se avete suggerimenti per racconti brevi da leggere nel podcast, scrivetemi una mail a federiconejrotti@gmail.com.

Stella Kamikaze legge L’anima sceglie i propri compagni di Connie Willis

Breve e stupefacente, “Sono state scoperte delle nuove poesie di Emily Dickinson dove descrive la sua partecipazione nella resistenza contro l’invasione marziana del 1897, quella raccontata da H. G. Wells.” È da queste poesie che l’autrice americana Connie Willis parte per scrivere una (finta) dissertazione universitaria di analisi — un racconto atipico, più da leggere che da ascoltare, divertentissimo e dissacrante.

Stella Kamikaze legge Il suono delle parole di Octavia E. Butler

Direttamente dalle wasteland di Fallout con una spolverata di Fahrenheit 451 di Ray Bradbury, il racconto della scrittrice afroamericana Octavia E. Butler è la storia di una donna in fuga da sé stessa in un mondo in cui una misteriosa epidemia ha stremato l’umanità e ha sottratto a tutti la capacità di parlare, ascoltare o scrivere. Anche se non sembra visti i temi, ti scaraventa davvero fuori dalla realtà per la durata della lettura.

Stella Kamikaze legge Fiori per Algernon di Daniel Keyes

Questa è la storia di Charles Gordon, un inserviente mentalmente disabile, prima cavia umana per un esperimento di incremento chirurgico dell’intelligenza. Si parla di abilismo, distopie eugenetiche ed intelligenza emotiva; e giorno dopo giorno si scopre la cronaca di un uomo sempre più intelligente e sempre più solo — a fianco ad un topo, cavia prima di lui. Ho pianto di brutto.

Stella Kamikaze legge Il giorno prima della rivoluzione di Ursula K. Le Guin

Una giornata insieme ad un’anziana donna, un tempo leader di un movimento rivoluzionario, oggi alle prese con i sintomi della sua vecchiaia. Parla della nostra relazione coi corpi e dei paradossi necessari dei movimenti di resistenza.

Stella Kamikaze legge Vennero le dolci piogge di Ray Bradbury e La bestia che gridava amore al cuore del mondo di Harlan Ellison

Il primo è il racconto della routine quotidiana di una casa interamente automatizzata che svolge, come tutti i giorni, il lavoro di cura per i suoi residenti — non sapendo però che un’apocalisse nucleare li ha uccisi tutti e che nella casa non ci abita più nessuno. Il secondo è un’omelia psichedelica su un futuro parallelo, una breve cronaca dal Crocevia dei Quando.

La devastazione psichica è ovunque, non c’è nessun futuro da immaginare

Non mi sto vivendo la quarantena e per questo motivo ho scritto un articolo per cheFare: parlo di come mi sento, della fortissima pressione psichica collettiva che stiamo vivendo e del dolore che dovremmo, infine, imparare a non dimenticarci non appena tutto questo finirà.

Da sette giorni mi sveglio con la tachicardia e mentre tento di portare il mio battito ad una frequenza che ricordo normale mi lascio sfuggire l’incubo di turno — di questa notte ricordo soltanto che moriva qualcuno e più ci penso e meno riesco a pensare al “dopo”, a quello che dovrebbe succedere quando finirà tutto questo.

Insomma, la tachicardia passa ma ormai il petto è più stretto del solito e non c’è verso di allentarlo: sono le conseguenze logoranti di una trincea personale in cui sono finito per colpa della pandemia e della quarantena necessaria a contenerla. Le statistiche dei contagi italiani sembrano direttamente collegate ai miei tassi di produzione di cortisolo, l’ormone dello stress, e i tentativi di mantenere i contatti con la mia famosa ‘rete sociale’ sono sempre più faticosi tanto che, in un certo senso, si potrebbe dire che mi stia quasi abituando all’isolamento.

Tutti dicono che sarà “un po’ peggio della crisi del 2008” e se penso che quello è stato il singolo evento più negativamente influente per ogni aspetto della vita della mia generazione, quella nata a metà degli anni ‘90, mi viene da ridere. Ho ancora un lavoro, lo posso fare da una casa in cui — sebbene manchi un balcone per lucertolare quotidianamente — sto largo e in solitudine apparentemente serena, sono bianco, sono un maschio, sono in salute e tutti i miei bisogni di base sono soddisfatti — anche la mia famiglia sta piuttosto bene. Quasi tutte le mie conoscenze sono come me, sono in tutto e per tutto un privilegiato.

Nella sua pesantezza il momento sembra propizio per immaginare qualcosa di nuovo rispetto allo status quo — sono emersi dei nervi scoperti nella coscienza politica, civile e sociale della collettività, e non ci dovrebbe essere momento migliore per tracciare un’alternativa, per creare una risposta ad un bisogno che è così urgente da essere, stato addirittura, proiettato sulle mura di un edificio a Santiago del Cile durante le proteste di ottobre 2019, “Non vogliamo tornare alla normalità, perché la normalità era il problema.”  Ma questa situazione non è come le altre: nessuno di noi ha mai vissuto una quarantena durante una pandemia.

Un botto di libri

Molto brevemente, succede questa cosa: diversi mesi fa mi trasferisco in una nuova casa dove, nel salotto, c’è una libreria molto bella ricolma di volumi della proprietaria di casa. Ci lancio addosso i miei (circa una settantina), che finiscono incastrati in diversi angoli della libreria.

Dopo mesi di soggiorno in questa casa decido di tirare fuori tutti i miei libri per poterli riordinare in un’area specifica della libreria, così da poterla indicare ai miei amici quando vengono a trovarmi. I libri, una volta rimossi dalla libreria, riposano sotto forma di pila pericolante appoggiata su un comodino per oltre due mesi.

Questa domenica, annichilito dalla noia da quarantena, decido di girare finalmente questa puntata di Extreme Makeover libreria edition — mentre sono impegnato a spolverare e riordinare decido, senza apparente ragione, di scattare una foto ad ognuna delle copertine dei libri. Ne nasce una serie che ho pubblicato nelle mie Instagram Stories e per cui diverse persone mi hanno chiesto la lista completa sotto forma di testo.

Eccola.

UN BOTTO DI SAGGI

Underbug, an Obsessive Tales of Termites and Technology – Lisa Margonelli, Scientific American

Are We Human? Notes on an Archaeology of Design – Beatriz Colomina & Mark Wigley, Lars Müller Publishers

Incorrotta Gioia, Scritti sull’Arte, il Commercio e lo Stato – Roger Fry, Castelvecchi Editore

T.A.Z., Zone Temporanee Autonome – Hakim Bey, ShaKe

Time Travel, A History – James Gleick, Penguin Random House

Black Transparency, The Right to Know in the Age of Mass Surveillance – Metahaven, Sternberg Press

The Utopia of Rules: On Technology, Stupidity, and the Secret Joys of Bureaucracy – David Graeber, Melville House

Against Everything: On Dishonest Times – Mark Greif, Verso Books

The Fourth Revolution: How the Infosphere is Reshaping Human Reality – Luciano Floridi, Oxford University Press

The Assassination Complex: Inside the Government’s Secret Drone Warfare Program – Jeremy Scahill, Simon & Schuster

Al di là del bene e del male – Friedrich Nietzsche, Adelphi

Tonio Kroger – Thomas Mann, Adelphi

The Liberal Defence of Murder – Richard Seymour , Verso Books

Nightwalking: A Nocturnal History of London – Matthew Beaumont, Verso Books

The Autonomous City: A History of Urban Squatting – Alexander Vasudevan, Verso Books

Il Maestro e Margherita – Michail Bulgakov, Feltrinelli

Il Capitalismo della Sorveglianza – Shoshanna Zuboff, Luiss University Press

Breve Storia di (quasi) Tutto – Bill Bryson, TEA

The Politics of Design – Ruben Pater, BIS Publishing

The Xenofeminist Manifest: a Politics for Alienation – Laboria Cuboniks, Verso Books

Drone Theory – Grégoire Chamayou, Penguin Special

Toxic Terror: Assessing Terrorist Use of Chemical and Biological Weapons – Alexander Tucker, Belfer Center

The Religion of the Future – Roberto Mangabeira Unger, Verso Books

How to Run a City Like Amazon, and Other Fables – Mark Graham, Rob Kitchin, Shannon Mattern e Joe Shaw, Meatspace Press

Il Sentiero per Walden: vita improbabile di Henry David Thoreau – Micheal Sims, LUISS University Press

Imagined Communities: Reflections on the Origin and Spread of Nationalism – Benedict Anderson, Verso Books

War With No End – Verso Books

Syria Burning: a Short History of a Catastrophe – Charles Glass, Verso Books

Extrastatecraft: The Power of Infrastracture Space – Keller Easterling, Verso Books

The Invention of Nature: Alexander Von Humboldt’s New World – Andrea Wulf, Penguin Random House

Molecular Red: Theory for the Anthropocene – McKenzie Wark, Verso Books

Spaghetti Hacker – Stefano Chiccarelli & Andrea Monti, Monti & Ambrosini Editore

Frames of War: When is Life Grievable? – Judith Butler, Verso Books

Violent Borders: Refugees and the Right to Move – Reece Jones, Verso Books

The Filter Bubble: How the New Personalized Web is Changing How Read and How We Think – Eli Parisier, Penguin Random House

State of Insecurity: Government of the Precarious – Isabel Lorey, Verso Books

Manuale di Riparazione del Reale: Smonta, Spacca, Salda – Federico Nejrotti, self/published 😉

Archaeologies of the Future: The Desire Called Utopia and Other Science Fictions – Friedric Jameson, Verso Books

La Guida di Motherboard per non Farsi Hackerare – Motherboard, VICE Media

Capitalism in the Web of Life: Ecology and the Accumulation of Capital – Jason W. Moore, Verso Books

Datacrazia: politica, cultura algoritmica e conflitti al tempo dei big data – Daniele Gambetta, D Editore

Armi, Acciaio e Malattie: breve storia degli ultimi tredicimila anni – Jared Diamond, Einaudi

I Mondi di Super Mario: azioni, interazioni, esplorazioni – Andrea Babich, Unicopli

La Coda Lunga: da un Mercato di Massa a una Massa di Mercati – Chris Anderson, Codice Edizioni

UN BOTTO DI ROMANZI

The Southern Reach Trilogy – Jeff VanderMeer, FSG Originals

Il Mondo di Edena: l’Integrale – Moebius, Magic Press

Rapporto di Minoranza – Philip K. Dick, Fanucci Editore

Complotto! Chaos, Magia e Musica House – John Higgs, Nero Editions

Opinioni di un Clown – Heinrich Boll, Mondadori

Cronosisma – Kurt Vonnegut, Minimum Fax

From A to X: a Story in Letters – John Berger, Verso Books

Utopia (+ Essays by Ursula K. Le Guin) – Thomas More, Verso Books

Perle ai Porci, o ‘Dio la Benedica, Mr. Rosewater’ – Kurt Vonnegut, Feltrinelli Editore

È troppo tardi per andarsene

Oggi è il 31 dicembre e da circa 5 mesi la regione del New South Wales in Australia sta bruciando. Gli incendi boschivi sono regolare amministrazione per quella porzione di Terra, ma quest’anno i roghi si sono estesi a 3.400.000 (tre milioni e quattrocentomila) di ettari. L’ultima volta che si era registrata un’estensione degli incendi così ampia erano gli anni ’70.

La situazione è critica e ad oggi ha registrato almeno 13 vittime e oltre 2.500 edifici divorati dalle fiamme. Questa mattina, il corpo dei vigili del fuoco australiani ha diramato un’allerta di massimo livello per le popolazioni residenti nelle immediate vicinanze dei roghi.

‘Sei in pericolo e devi agire immediatamente per sopravvivere — È troppo tardi per andarsene’. Se da un lato i consigli forniti sono puntuali, dall’altro il linguaggio e il panico percepito è senza precedenti (almeno per ciò che ho visto nei miei 24 anni di scorribande globali).

Gli incendi boschivi australiani del 2019 non sono una sorpresa: l’Australia brucia da sempre; sono però, indubitabilmente nella loro gravità, un sintomo chiarissimo di un contemporaneo fuori dalle previsioni e dal controllo degli umani.

Si tratta di eventi eccezionali la cui esistenza è fortemente favorita dai fenomeni di cambiamento climatico e che trasfigurano i protocolli attraverso cui da sempre interpretiamo le situazioni di emergenza critica.

Prima di tutto, ciò che vediamo cambia colore, applicandosi un filtro ocra o rosso — a seconda della gravità della situazione — che cambia completamente la nostra percezione degli eventi. I fumi generati dagli incendi scatenano vere e proprie tempeste di fulmini, in una grottesca reazione a catena di eventi climatici catastrofici.

Gli appezzamenti di natura urbanizzati dalla costruzione di edifici a scopo residenziale o industriale diventano prima carcasse da abbandonare perché spacciate davanti alla velocità e alla ferocia delle fiamme e poi, come nel caso dell’allerta di oggi, l’ultima possibilità per proteggersi da una minaccia paradossale, da un lato completamente visibile (con le sue fiamme alte 70 metri) e dall’altro interamente inaspettata.

Il fuoco è in tutto e per tutto uno dei primi fenomeni naturali che gli umani hanno dovuto ed hanno saputo padroneggiare, oggi risulta così imprevedibile da diventare una delle minacce principali al nostro modo di pensare al potenziale umano di insediarsi sul pianeta.

Come in Australia, su proporzioni diverse lo stesso destino sta toccando alla California. Lì, infatti, la stagione degli incendi boschivi è fuori controllo a tal punto da aver esaurito anche le leve volantarie tra i soccorritori e da aver spinto un’antropologa americana (Adriana Petryna) a formulare una nuova prospettiva di comprensione del fenomeno.

Lei lo chiama horizoning, ovvero la capacità degli umani di acquisire porzioni di actionable time all’interno di fenomeni regolati da dinamiche di runaway change.

I soccorsi sono in costante esaurimento, gli incendi aumentano in modo esponenziale e ogni emergenza è unica nel suo genere e direttamente collegata a tutte le altre. Il tempo in cui un’azione di soccorso è davvero efficace (actionable time) è sempre meno perché gli incendi si sviluppano in modo inaspettato (runaway change).

In sintesi — come riacquisiamo la possibilità di immaginare un agire assolutamente urgente ma che allo stesso tempo devo intaccare fenomeni altamente complessi e che mutano a velocità ben maggiori della nostra capacità di comprenderli? Come si rende protocollo un approccio che esprime un’essenza di fluidità?

In che modo è possibile sviluppare questo nuovo protocollo in tempi eccezionalmente brevi (perché i roghi sono alla porta di casa) sebbene il fenomeno che intendiamo governare è incredibilmente complesso (un incendio boschivo è un fenomeno altamente denso che intacca una molteplicità impressionante di superfici naturali, sociali, logistiche ed economiche)?

L’estensione dei roghi australiani copre e supera la superficie del Belgio.

La necessità di sviluppare le capacità di horizoning a cui richiama Petryna nel contesto degli incendi boschivi non mi sembra in nessun modo diversa dalle capacità che mi, ci e vi vengono richieste per avere a che fare oggi con un contemporaneo sempre più marcescente, incancrenito e violento.

Le tensioni sociali, la rabbia politica, le crisi economiche e le emergenze climatiche, la tensione critica dello stato delle città, il divario crescente tra fasce sociali diverse, il collasso della speranza, la lotta senza quartiere per l’autodeterminazione di ogni individuo e la violenta Resistenza contro cui ognuno di noi incorre e che ognuno di noi rappresenta — fenomeni diversi che incarnano un’urgenza identica.

Le premesse non sono inedite, ma le circostanze sì: la realtà che ci circonda è un fenomeno complesso regolato da migliaia di fattori difficilmente riducibili ai minimi termini od astraibili dall’insieme — quella stessa realtà, però, è oggi in preda a una Convulsione che sta mettendo a repentaglio la capacità stessa della realtà di manifestarsi.

Il livello di complessità è tale da rendere sempre più difficile agire sui singoli aspetti, e la fragilità del sistema sta facendo drasticamente diminuire le possibilità di sopravvivenza del sistema stesso.

Non ci troviamo più davanti ad una Crisi con cui possiamo interagire in maniera critica: ogni mattina siamo svegliati da un contemporaneo portato al limite, che richiede in maniera così urgente un intervento da impedirci di astrarci dallo stesso — anche se solo per un secondo.

Come scritto chiaramente questa mattina dai vigili del fuoco australiani, siamo in pericolo e dobbiamo agire immediatamente per sopravvivere — È troppo tardi per andarsene.

Come le città stanno resistendo alla gentrificazione digitale di Airbnb

Se usate Airbnb, vi interessa sapere che effetto fa alle città che colonizza e avete tempo per leggere un solo articolo, allora prendetevi del tempo per questa intervista alla ricercatrice indipendente Sarah Gainsforth.

“La città-merce è lo spazio urbano inabitabile. È la città dei turisti, dei ricchi, del capitale finanziario, delle piattaforme digitali, è lo spazio dove atterrano i flussi fisici e digitali che trasformando le città e le relazioni. La turistificazione, una nuova forma di gentrificazione favorita dalle piattaforme digitali, sta trasformando le città a ritmi inediti. È saltato l’equilibrio tra le funzioni urbane, con il prevalere di quella commerciale su tutte le altre.

[…]

Il passaggio da un’economia di produzione a una fondata sul terziario e sul settore immobiliare, insieme ad altri fattori (i tagli alla spesa pubblica e la fine delle politiche redistributive del welfare) hanno costretto le città a ripensare il proprio modello di sviluppo. Oggi le città devono vendersi e competere fra loro sul mercato globale per attrarre capitali e individui ricchi, presentandosi come luoghi desiderabili attraverso campagne di marketing e di place-making.”

da cheFare

Il Feminist Data Manifest-No riporta gli algoritmi nel mondo reale

Il Feminist Data Manifest-No è una serie di principi di stampo femminista sull’utilizzo dei dati e sulla relazione tra di loro e gli umani.⁣

“È una dichiarazione di rifiuto e di impegno. Rifiuta i regimi oppressivi di gestione dei dati e si impegna a far emergere nuovi futuri per i dati,” citando direttamente le autrici — un folto gruppo di ricercatrici provenienti da svariate università americane che sono state guidate “dal desiderio di immaginare e costruire i mondi senza i quali non possiamo vivere, con la stessa intensità del desiderio di smantellare i mondi all’interno dei quali possiamo vivere.”⁣

Il Manifest-No secondo me riesce a frasare in modo convincente una serie di istanze apparentemente molto diverse tra di loro: perché i dati c’entrano con il colonialismo? E con l’invisibilizzazione delle categorie sotto-rappresentate? E ancora, con il nostro modo di pensare al piacere?⁣

È composto da 32 diversi punti scritti davvero molto bene, e quando si fanno i manifesti scriverli bene è una parte piuttosto fondamentale del lavoro. Il punto numero 6, in particolare, è un po’ la base (o il punto di arrivo) di qualunque ragionamento o volontà che sto cercando di fare e attuare nell’ultimo periodo⁣.

“6. Rifiutiamo l’espansione di pratiche di data science che normalizzano un approccio estrattivo nei confronti dei dati il quale viene definito primariamente dalla volontà di monetizzare e iper-individualizzare l’esperienza umana. Ci impegniamo a porre al centro le pratiche di vita creative e collettivo, e le pratiche di worldmaking che oltrepassano le logiche neoliberaliste e resistono le pressioni guidate dal mercato a mercificare l’esperienza umana.”⁣

Potete esplorare il Manifest-No qui.

50 anni di Khitruk, il Winnie the Pooh sovietico

“Immaginatevi Winnie the Pooh: probabilmente state pensando allo svogliato e paffuto orsetto giallo dei film Disney. Questa versione di Winnie, unita alla sua inconfondibile maglietta rossa, è riconoscibile istantaneamente in tutto il mondo e adorata da generazioni che sono cresciute con i cartoni del sabato mattina e i porta-matite a tema. Ma in Russia, la stessa immagine di Winnie è molto diversa: una euforica e seriosa palla di pelo scura dagli occhi vitrei e piena di confusione esistenziale. Questa versione di Winnie ha fatto il suo debutto 50 anni fa, nello storico cortemetraggio del 1969 di Fyodor Khitruk Винни-Пух (Vinni-Pukh).⁣

Il film di Khitruk (il primo di una trilogia) è stato pubblicato nello stesso decennio dei corti Disney, ma adottava un approccio profondamente diverso. Se il Winnie americano era calmo, bradipesco e quieto, il Vinni sovietico era iperattivo, scattante e sempre impegnato a sviluppare una parlantina monotona verso se stesso. Le sue canzoni sono cantilene ritmate e rauche, e non melodie dolci e serene. Se i film Disney sono carini e sentimentali, quelli di Khitruk sono contorti, distaccati ed enigmatici; momenti pensati per essere divertenti nella versione americana, sono imbevuti di un sapore di genuina tragedia e smarrimento in quello sovietico.”⁣

da The Quietus

È il 2071 e abbiamo geo-ingegnerizzato la nostra stessa estinzione

Jeff VanderMeer — autore della Trilogia di Southern Reach, una delle saghe di fantascienza più ok degli ultimi anni — ha scritto un “editoriale dal futuro” per il The New York Times in cui gli esseri umani sono sopravvissuti al cambiamento climatico ma sono ora succubi delle operazioni di bio-ingegneria a cui hanno sottoposto loro stessi e il pianeta che abitano per permettergli di non collassare.

La fantascienza, sopratutto oggi, deve avere non soltanto un valore letterario ma deve sopratutto innescare un potenziale culturale e politico proiettato davanti a noi perché è anche da questo potenziale che emergono gli immaginari che contribuiscono a costruire ripetutamente il futuro.

L’op-ed di VanderMeer in questo senso è allo stesso tempo ingenuo e d’avanguardia (come d’altronde la maggior parte delle sue opere): da un lato scivola in esotismi un po’ facili e che ormai dovrebbero essere anacronistici — “we finally took indigenous knowledge systems seriously and…“.

Dall’altro, però, riesce a ri-collocare nelle narrazioni del futuro i principi della “contaminazione” come forme di entropia necessaria e non esattamente controllabili — un antagonismo diretto agli scorci di futuro inquadrati in orizzonti tecnologici, politici e culturali a chiusura ermetica.

Insomma, come solito di VanderMeer riesce a essere evocativo in maniera particolarmente interessante e secondo me questo esercizio di stile vale una letta.

“Despite these personal experiences, I am supposed to reassure you now. I am supposed to tell you of remedies. But I don’t believe we can avoid contamination any more than we can avoid the calls of long-dead animals that burst forth from the air, our last gift of propaganda from fossil fuel companies. We ignore these sounds much as we once ignored roadkill, but ignoring something doesn’t put a stop to it.

How ironic, then, if we did not actually outrun the climate crisis, but became It and were subsumed by It and now we do not know what we are, because we have been made so different. The unexamined life was once a source of joy, but now un-joys us in the remaking —because our methods were suspect and extreme.

If you read this, inspect yourself. Find your contamination and greet it warmly. Attempt to make friends with it, and perhaps it will not destroy us.

For we are all arks of some kind now.”

da The New York Times