Ciao, sono Federico

Piacere, questo è il mio sito — ci sono delle informazioni su di me e poi un blog.

Io sono Federico Nejrotti, sono uno scrittore e attivista. Sono molto interessato a tutto ciò che riguarda l’internet governance e al momento vivo a Milano.

Lavoro per il centro per la cultura collaborativa cheFare, dove seguo la comunicazione pubblica ed istituzionale. Fino al 2018, sono stato editor-in-chief dell’edizione italiana di Motherboard.

Oggi, da freelance scrivo per magazine online e a volte faccio documentari. Mi piace parlare in pubblico durante conferenze e panel, quasi sempre di Mark Zuckerberg.

📋Qui c’è una lista dei miei articoli che ritengo carini.

📹Qui c’è una lista delle produzioni video a cui ho contribuito.

🎙️Qui c’è una lista degli appuntamenti a cui ho partecipato come speaker.

📬 Se vuoi parlarmi di quello che stai facendo o chiedermi di collaborare con te, scrivimi a federiconejrotti@gmail.com — se c’entra cheFare, scrivimi a federico.nejrotti@che-fare.com.

È troppo tardi per andarsene

Oggi è il 31 dicembre e da circa 5 mesi la regione del New South Wales in Australia sta bruciando. Gli incendi boschivi sono regolare amministrazione per quella porzione di Terra, ma quest’anno i roghi si sono estesi a 3.400.000 (tre milioni e quattrocentomila) di ettari. L’ultima volta che si era registrata un’estensione degli incendi così ampia erano gli anni ’70.

La situazione è critica e ad oggi ha registrato almeno 13 vittime e oltre 2.500 edifici divorati dalle fiamme. Questa mattina, il corpo dei vigili del fuoco australiani ha diramato un’allerta di massimo livello per le popolazioni residenti nelle immediate vicinanze dei roghi.

‘Sei in pericolo e devi agire immediatamente per sopravvivere — È troppo tardi per andarsene’. Se da un lato i consigli forniti sono puntuali, dall’altro il linguaggio e il panico percepito è senza precedenti (almeno per ciò che ho visto nei miei 24 anni di scorribande globali).

Gli incendi boschivi australiani del 2019 non sono una sorpresa: l’Australia brucia da sempre; sono però, indubitabilmente nella loro gravità, un sintomo chiarissimo di un contemporaneo fuori dalle previsioni e dal controllo degli umani.

Si tratta di eventi eccezionali la cui esistenza è fortemente favorita dai fenomeni di cambiamento climatico e che trasfigurano i protocolli attraverso cui da sempre interpretiamo le situazioni di emergenza critica.

Prima di tutto, ciò che vediamo cambia colore, applicandosi un filtro ocra o rosso — a seconda della gravità della situazione — che cambia completamente la nostra percezione degli eventi. I fumi generati dagli incendi scatenano vere e proprie tempeste di fulmini, in una grottesca reazione a catena di eventi climatici catastrofici.

Gli appezzamenti di natura urbanizzati dalla costruzione di edifici a scopo residenziale o industriale diventano prima carcasse da abbandonare perché spacciate davanti alla velocità e alla ferocia delle fiamme e poi, come nel caso dell’allerta di oggi, l’ultima possibilità per proteggersi da una minaccia paradossale, da un lato completamente visibile (con le sue fiamme alte 70 metri) e dall’altro interamente inaspettata.

Il fuoco è in tutto e per tutto uno dei primi fenomeni naturali che gli umani hanno dovuto ed hanno saputo padroneggiare, oggi risulta così imprevedibile da diventare una delle minacce principali al nostro modo di pensare al potenziale umano di insediarsi sul pianeta.

Come in Australia, su proporzioni diverse lo stesso destino sta toccando alla California. Lì, infatti, la stagione degli incendi boschivi è fuori controllo a tal punto da aver esaurito anche le leve volantarie tra i soccorritori e da aver spinto un’antropologa americana (Adriana Petryna) a formulare una nuova prospettiva di comprensione del fenomeno.

Lei lo chiama horizoning, ovvero la capacità degli umani di acquisire porzioni di actionable time all’interno di fenomeni regolati da dinamiche di runaway change.

I soccorsi sono in costante esaurimento, gli incendi aumentano in modo esponenziale e ogni emergenza è unica nel suo genere e direttamente collegata a tutte le altre. Il tempo in cui un’azione di soccorso è davvero efficace (actionable time) è sempre meno perché gli incendi si sviluppano in modo inaspettato (runaway change).

In sintesi — come riacquisiamo la possibilità di immaginare un agire assolutamente urgente ma che allo stesso tempo devo intaccare fenomeni altamente complessi e che mutano a velocità ben maggiori della nostra capacità di comprenderli? Come si rende protocollo un approccio che esprime un’essenza di fluidità?

In che modo è possibile sviluppare questo nuovo protocollo in tempi eccezionalmente brevi (perché i roghi sono alla porta di casa) sebbene il fenomeno che intendiamo governare è incredibilmente complesso (un incendio boschivo è un fenomeno altamente denso che intacca una molteplicità impressionante di superfici naturali, sociali, logistiche ed economiche)?

L’estensione dei roghi australiani copre e supera la superficie del Belgio.

La necessità di sviluppare le capacità di horizoning a cui richiama Petryna nel contesto degli incendi boschivi non mi sembra in nessun modo diversa dalle capacità che mi, ci e vi vengono richieste per avere a che fare oggi con un contemporaneo sempre più marcescente, incancrenito e violento.

Le tensioni sociali, la rabbia politica, le crisi economiche e le emergenze climatiche, la tensione critica dello stato delle città, il divario crescente tra fasce sociali diverse, il collasso della speranza, la lotta senza quartiere per l’autodeterminazione di ogni individuo e la violenta Resistenza contro cui ognuno di noi incorre e che ognuno di noi rappresenta — fenomeni diversi che incarnano un’urgenza identica.

Le premesse non sono inedite, ma le circostanze sì: la realtà che ci circonda è un fenomeno complesso regolato da migliaia di fattori difficilmente riducibili ai minimi termini od astraibili dall’insieme — quella stessa realtà, però, è oggi in preda a una Convulsione che sta mettendo a repentaglio la capacità stessa della realtà di manifestarsi.

Il livello di complessità è tale da rendere sempre più difficile agire sui singoli aspetti, e la fragilità del sistema sta facendo drasticamente diminuire le possibilità di sopravvivenza del sistema stesso.

Non ci troviamo più davanti ad una Crisi con cui possiamo interagire in maniera critica: ogni mattina siamo svegliati da un contemporaneo portato al limite, che richiede in maniera così urgente un intervento da impedirci di astrarci dallo stesso — anche se solo per un secondo.

Come scritto chiaramente questa mattina dai vigili del fuoco australiani, siamo in pericolo e dobbiamo agire immediatamente per sopravvivere — È troppo tardi per andarsene.

Come le città stanno resistendo alla gentrificazione digitale di Airbnb

Se usate Airbnb, vi interessa sapere che effetto fa alle città che colonizza e avete tempo per leggere un solo articolo, allora prendetevi del tempo per questa intervista alla ricercatrice indipendente Sarah Gainsforth.

“La città-merce è lo spazio urbano inabitabile. È la città dei turisti, dei ricchi, del capitale finanziario, delle piattaforme digitali, è lo spazio dove atterrano i flussi fisici e digitali che trasformando le città e le relazioni. La turistificazione, una nuova forma di gentrificazione favorita dalle piattaforme digitali, sta trasformando le città a ritmi inediti. È saltato l’equilibrio tra le funzioni urbane, con il prevalere di quella commerciale su tutte le altre.

[…]

Il passaggio da un’economia di produzione a una fondata sul terziario e sul settore immobiliare, insieme ad altri fattori (i tagli alla spesa pubblica e la fine delle politiche redistributive del welfare) hanno costretto le città a ripensare il proprio modello di sviluppo. Oggi le città devono vendersi e competere fra loro sul mercato globale per attrarre capitali e individui ricchi, presentandosi come luoghi desiderabili attraverso campagne di marketing e di place-making.”

da cheFare

Il Feminist Data Manifest-No riporta gli algoritmi nel mondo reale

Il Feminist Data Manifest-No è una serie di principi di stampo femminista sull’utilizzo dei dati e sulla relazione tra di loro e gli umani.⁣

“È una dichiarazione di rifiuto e di impegno. Rifiuta i regimi oppressivi di gestione dei dati e si impegna a far emergere nuovi futuri per i dati,” citando direttamente le autrici — un folto gruppo di ricercatrici provenienti da svariate università americane che sono state guidate “dal desiderio di immaginare e costruire i mondi senza i quali non possiamo vivere, con la stessa intensità del desiderio di smantellare i mondi all’interno dei quali possiamo vivere.”⁣

Il Manifest-No secondo me riesce a frasare in modo convincente una serie di istanze apparentemente molto diverse tra di loro: perché i dati c’entrano con il colonialismo? E con l’invisibilizzazione delle categorie sotto-rappresentate? E ancora, con il nostro modo di pensare al piacere?⁣

È composto da 32 diversi punti scritti davvero molto bene, e quando si fanno i manifesti scriverli bene è una parte piuttosto fondamentale del lavoro. Il punto numero 6, in particolare, è un po’ la base (o il punto di arrivo) di qualunque ragionamento o volontà che sto cercando di fare e attuare nell’ultimo periodo⁣.

“6. Rifiutiamo l’espansione di pratiche di data science che normalizzano un approccio estrattivo nei confronti dei dati il quale viene definito primariamente dalla volontà di monetizzare e iper-individualizzare l’esperienza umana. Ci impegniamo a porre al centro le pratiche di vita creative e collettivo, e le pratiche di worldmaking che oltrepassano le logiche neoliberaliste e resistono le pressioni guidate dal mercato a mercificare l’esperienza umana.”⁣

Potete esplorare il Manifest-No qui.

50 anni di Khitruk, il Winnie the Pooh sovietico

“Immaginatevi Winnie the Pooh: probabilmente state pensando allo svogliato e paffuto orsetto giallo dei film Disney. Questa versione di Winnie, unita alla sua inconfondibile maglietta rossa, è riconoscibile istantaneamente in tutto il mondo e adorata da generazioni che sono cresciute con i cartoni del sabato mattina e i porta-matite a tema. Ma in Russia, la stessa immagine di Winnie è molto diversa: una euforica e seriosa palla di pelo scura dagli occhi vitrei e piena di confusione esistenziale. Questa versione di Winnie ha fatto il suo debutto 50 anni fa, nello storico cortemetraggio del 1969 di Fyodor Khitruk Винни-Пух (Vinni-Pukh).⁣

Il film di Khitruk (il primo di una trilogia) è stato pubblicato nello stesso decennio dei corti Disney, ma adottava un approccio profondamente diverso. Se il Winnie americano era calmo, bradipesco e quieto, il Vinni sovietico era iperattivo, scattante e sempre impegnato a sviluppare una parlantina monotona verso se stesso. Le sue canzoni sono cantilene ritmate e rauche, e non melodie dolci e serene. Se i film Disney sono carini e sentimentali, quelli di Khitruk sono contorti, distaccati ed enigmatici; momenti pensati per essere divertenti nella versione americana, sono imbevuti di un sapore di genuina tragedia e smarrimento in quello sovietico.”⁣

da The Quietus

È il 2071 e abbiamo geo-ingegnerizzato la nostra stessa estinzione

Jeff VanderMeer — autore della Trilogia di Southern Reach, una delle saghe di fantascienza più ok degli ultimi anni — ha scritto un “editoriale dal futuro” per il The New York Times in cui gli esseri umani sono sopravvissuti al cambiamento climatico ma sono ora succubi delle operazioni di bio-ingegneria a cui hanno sottoposto loro stessi e il pianeta che abitano per permettergli di non collassare.

La fantascienza, sopratutto oggi, deve avere non soltanto un valore letterario ma deve sopratutto innescare un potenziale culturale e politico proiettato davanti a noi perché è anche da questo potenziale che emergono gli immaginari che contribuiscono a costruire ripetutamente il futuro.

L’op-ed di VanderMeer in questo senso è allo stesso tempo ingenuo e d’avanguardia (come d’altronde la maggior parte delle sue opere): da un lato scivola in esotismi un po’ facili e che ormai dovrebbero essere anacronistici — “we finally took indigenous knowledge systems seriously and…“.

Dall’altro, però, riesce a ri-collocare nelle narrazioni del futuro i principi della “contaminazione” come forme di entropia necessaria e non esattamente controllabili — un antagonismo diretto agli scorci di futuro inquadrati in orizzonti tecnologici, politici e culturali a chiusura ermetica.

Insomma, come solito di VanderMeer riesce a essere evocativo in maniera particolarmente interessante e secondo me questo esercizio di stile vale una letta.

“Despite these personal experiences, I am supposed to reassure you now. I am supposed to tell you of remedies. But I don’t believe we can avoid contamination any more than we can avoid the calls of long-dead animals that burst forth from the air, our last gift of propaganda from fossil fuel companies. We ignore these sounds much as we once ignored roadkill, but ignoring something doesn’t put a stop to it.

How ironic, then, if we did not actually outrun the climate crisis, but became It and were subsumed by It and now we do not know what we are, because we have been made so different. The unexamined life was once a source of joy, but now un-joys us in the remaking —because our methods were suspect and extreme.

If you read this, inspect yourself. Find your contamination and greet it warmly. Attempt to make friends with it, and perhaps it will not destroy us.

For we are all arks of some kind now.”

da The New York Times

I magazine online hanno un problema coi sindacati

I magazine online, quando si reggono sul gioco della pubblicità (ovvero la maggior parte e la maggior parte dei magazine più letti e famosi), sono di qualità tendenzialmente bassa perché i lavoratori di questi magazine fanno una vita di merda e non hanno mai tempo per fare niente con un minimo di cura.

Quando questi lavoratori si rompono il cazzo di fare una vita di merda e conseguentemente scrivere pezzi completamente superflui, allora provano a cambiare le loro condizioni.

Quando ci provano cercano di sindacalizzarsi, e quando cercano di sindacalizzarsi trovano tendenzialmente non pochi ostacoli davanti a loro.

Penso a una generale resistenza da parte dell’azienda che possiede il magazine, e poi penso a chi sviluppa un INTERO MINI-SITO IN CUI SI SPIEGA A CARATTERI CUBITALI AI PROPRI LAVORATORI PERCHÈ NON DOVREBBERO SINDACALIZZARSI.

https://www.yourrights.hearst.io/facts-to-consider

(NOTA FAIR PLAY: *che io sappia la divisione italiana di questa azienda non ha adottato in alcun modo misure simili*)

Quindi, sì! Nel 90% dei casi se gli articoli che leggete fanno cagare è perché l’azienda che possiede il magazine che leggete sta impendendo in qualche forma ai suoi lavoratori di sindacalizzarsi e gli sta impedendo quindi pretendere dei diritti base che non solo gli permetterebbero di vivere meglio ma anche di scrivere meglio.

Questo testo è stato commentato su Facebook.

Ho fatto il mio primo Ask Me Anything — c’entra l’Unione Europea, il lobbying e anche la mia (non)università

Oggi è il mio compleanno e questa mattina, dalle 10 alle 12, sono stato ospite della comunità di Gambe.ro (il reddit degli informatici italiani) per un Ask Me Anything: si tratta di una sessione di domande e risposte il cui format è stato importato da reddit e in cui una persona X si mette a disposizione per X ore per rispondere alle domande degli astanti.

Per qualche motivo Simone Robutti (Chobeat), fondatore di Gambe.ro, mi ha chiesto di essere il primo di una lunga serie di Ask Me Anything della loro comunità. Lusingato e attonito ho accettato e il risultato è questa breve sessione pubblica di domande e risposte.

Ho raccontato un po’ il mio punto di vista su una serie di tematiche relative all’internet governance, ho spiegato da dove vengo (lol, dal Liceo Classico Vittorio Alfieri di Torino) e ho detto la mia sul lavoro necessario per fare sì che a qualcuno importi qualcosa di ‘sta pippa di Facebook che si mangia il mondo.

So che non è niente di eccezionale, ma per me è stato parecchio fico avere un angolino preposto all’espressione di una serie di mie opinioni che normalmente tiro fuori soltanto in maniera piuttosto passiva e non aperta al commento. Come si suol dire, son ben contento.

Il Manuale di Riparazione del Reale è una pubblicazione che parla di cacciaviti e resistenza

Ciao a tutti — che emozione, il primo post di questo blog. (sì, il blog è tutto da sistemare, lo so)

Nelle ultime settimane ho lavorato a una pubblicazione che parla del Movimento per il Diritto alla Riparazione dei dispositivi elettronici e di come i valori di questo Movimento possano essere anche necessità chiare ed urgenti di un Movimento di Riparazione del Reale, ovvero di ciò con cui interagiamo ogni giorno, delle relazione che ci circondano e della società che abitiamo, abilitiamo e subiamo.

Il Manuale di Riparazione del Reale include delle riflessioni teoriche, delle dichiarazioni da ‘manifesto’ e una serie di risorse pratiche — originale e tradotte — su cosa significhi riparare i propri oggetti e cosa serva farlo. Il Manuale è una pubblicazione aperta e periodicamente aggiornata che necessità del contributo di quante più persone possibili per poter esprimere, discutere e criticare i valori e le pratiche che rappresenta.

 

La prima versione del Manuale è stata scritta ed ultimata durante la mia permanenza alla residenza artistica ‘Scambio’ organizzata dalla Casa della Capra, sul lago di Mergozzo. Si tratta di una versione embrionale che non sarà pubblicata in forma digitale — invece, la versione digitale sarà pubblicata il 18 settembre su questo blog e sui soliti altri canali.

Dopo la fine della residenza artistica speravo avrei avuto più tempo per raccogliere, scrivere e tradurre gli ultimi contenuti che volevo inserire nel Manuale: non ho avuto quel tempo e non voglio pubblicare il Manuale prima che sia davvero pronto. L’introduzione alla pubblicazione, più simile a una sorta di ‘manifesto’ personale, ha incontrato l’interesse di davvero tante persone — molte più di quanto mi aspettassi. Per questo motivo, non voglio fare le cose male.

Per qualsiasi spunto, domanda o contributo è possibile commentare direttamente questo post o scrivermi una mail: federiconejrotti@gmail.com.

Ah, non mi sono dimenticato del server per Pleroma da realizzare con Raspberry Pi per un social network decentralizzato destinato a comunità locali: lo sto costruendo, è più complesso di quanto mi aspettassi e anche in questo caso lo voglio fare bene — presto scriverò un breve post per aggiornamenti a riguardo.